Frasi da farsi.
E’ vero, ci sono frasi che si scrivono da sole. Ma sono una, massimo due all’anno. Tutte le altre te le devi scrivere da solo. Tutte le altre te le devi sudare. Costruirtele piano, parola per parola, a volte lettera per lettera. Tutte le altre vogliono il sangue, spremuto dalle tue meningi. L’ultima frase tu la vedi così, liscia, chiara, semplice, giusta, pulita. In realtà nasce da una terra lurida e c'è voluto sudore, sputo, e l’olio di gomito che a forza di usarlo è diventato grasso per concimarla. Guardala da vicino quella frase, t’accorgerai che è lorda di tutti i giorni che c’hai buttato sopra, i giorni che hai passato a far camminare la penna su e giù per un foglio, e magari ne fosse bastato uno.
Non ricordo di preciso quando smisi di giocare con le macchinine, ma ricordo quando inizia a farlo con le frasi. Ne buttavo giù una su un foglio ma quella non faceva in tempo a caderci sopra che subito prendevo e la facevo saltare in aria. Non era un bello spettacolo: schizzi di articoli dappertutto, avverbi che si spiaccicavano contro i margini, interi periodi rasi al suolo da una raffica di tratti. Non mi facevo nessuno scrupolo, cancellavo le parole senza pietà, come se non fossero significate niente. Strappavo pezzi di periodi da una parte e provavo ad appiccicarli da un’altra. Usavo virgole e punti per cucire i diversi brandelli, provare a ridargli una vita. Con la penna imbrattata di senso raspavo in mezzo alle frasi con la foga di un macellaio. Era un lavoro sporco, non avrei potuto farlo altrimenti. Lo sapevo, si vedeva e si sentiva che ognuna di loro gridava il suo diritto a continuare a vivere, a parlare. Ci stavo male quando, passandoci sopra con l’inchiostro, glielo negavo. Ma nemmeno questo mi fermava. Niente mi fermava perché avevo uno scopo: scrivere la frase perfetta. Oppure, quando proprio non mi riusciva, scrivere la meno imperfetta di tutte.
Voglio essere buono ma solo in fondo. Solo in fondo in fondo.