Ritardi infiniti.
“Mamma! Come cazzo me l’hai lavata sta maglietta? È diventata un pigiama!”
“Meglio! Tanto devi andare a letto, no?”
Era da un po’ di tempo ormai che per i ragazzi di Roma il venerdì sera vigeva l’obbligo tassativo di sfascio. Tutta colpa del trend d’importazione londinese che imponeva di bruciare forze e possibilità all’inizio del weekend e usare i due giorni successivi per riprendersi dai traumi alcolico/chimico/emozionali del giorno del giudizio. Non sarebbero certo stati un po’ di temperatura e un paio di paranoie materne, a cui dopo 19 anni di convivenza forzata cominciava ad adattarsi, a costringerlo ad ascoltare i racconti del lunedì mattina senza poter assumere quell’espressione da io c’ero. Il vero problema era la scuola il giorno dopo.
“Tanto domani sego. Poi stasera c’è Giulia, esco pure in barella.” Corsi Giulia, l’ultimo acquisto della sua V F. Da un po’ aveva cominciato a guardarla con occhi diversi, e non solo per la malinconica poesia del suo fondoschiena, quella l’aveva apprezzata da subito, ma soprattutto perché sembrava avere altre capacità oltre a quella, genetica nelle ragazze, del perfetto abbinamento giornaliero trucco/toppino, toppino /mutandina. Forse gli piaceva come sopravviveva in modo autosufficiente in quel piccolo mondo privato che si era creata, sicuramente gli piaceva quando quel mondo riusciva a chiuderlo dentro a un foglio.
“Tanto sarò il solito idiota che arriva un quarto d’ora prima e si fuma il mondo aspettando gli altri. Il Pressa poi, prima delle 11 non arriva neanche se vai a prenderlo con la forza pubblica”. Ringhiava Ale mentre girava le chiavi nell’accensione. La 205 della madre però, di colpo stanca dei 120.000 km sul groppone, rispose alla stimolazione concedendogli solo un ansito catarroso. Vumvuvu: fu la sua ultima parola. “Se non dà segni di vita è la batteria”, le parole del padre gli rimbalzavano dentro la testa vuota come un eco.
Erano già le 10, ma rendersene conto non lo spinse ad affrettarsi come avrebbe dovuto. Sarà stata la febbre o chi sa cos’altro, fatto sta che adesso che era in ritardo gli venne da pensare a tutte le volte che tardi invece lo avevano fatto gli altri. Perché loro sempre, e lui mai? Per rispondere si mise a scavare tra le sue sensazioni per capire quale fosse quella originale, il pezzo di domino che cadeva per primo. Si rese conto che prima di ogni appuntamento veniva come posseduto da una strana fretta, una fretta che nascondeva un’ ansia, un’ansia dettata da una paura. La paura di essere uno di cui si può fare a meno. Uno che non vale neanche 5 minuti di attesa, perché a dimenticarlo ce ne metti 10.
In questo avvicendarsi di verità e paranoie la smania di viversi il suo traumatico venerdì sera si perse, bruscamente messa in un angolo da un bisogno molto più impellente: scoprire cosa sarebbe successo se stavolta fosse stato lui a non arrivare. Così passò all’azione. Sistemò il telefono sopra il cruscotto, reclinò indietro lo schienale, si accese calmo una cicca, e aspettò.
Accolse lo squillo del telefono con un sottile ghigno di soddisfazione: il Pressa che si degnava di chiamarlo era un evento epocale, da libro di storia. Non rispose naturalmente, per ora si godeva la sua piccola rivincita; sulle sue angosce e soprattutto sugli altri, i suoi amici. Forse era stupido ma si sentiva insieme a loro molto più adesso di quanto non lo fosse stato in tutte quelle sere, faticava a distinguerle l’una dall’altra, in cui per lo più restava fermo a vederli divertire sul serio, lui che non riusciva a farlo neanche per finta. “Ancora due minuti poi vado”, si ripeteva tra un tiro e l’altro, “ancora due minuti”. Forse era proprio l’ultimo paio di minuti a scadere quando successe qualcosa che gli fece cambiare idea ancora una volta. Il telefono squillava ancora adesso, ma a chiamarlo stavolta non era Massimo, ma Giulia.
Scese dalla macchina con un sorriso tronfio, pago come dopo un amplesso. Un rumore di fondo però, sporcava quell’ebbrezza: era il rumore della malinconia di chi per la prima volta nella vita esce vincitore, ma non può festeggiare la sua vittoria con nessuno.
Ci pensò su, e si rese conto che di più non poteva chiedere, non lo aveva mai avuto. In un certo senso poi, gli piaceva quell’esistere solo in modo astratto: sulla parete bianca della sua assenza poteva proiettare tutto quello che aveva sempre provato, e non era mai riuscito ad essere. Soprattutto non voleva tornare indietro, voleva continuare ad essere indispensabile. Attraversare la strada per tornare a casa fu come seguire un riflesso condizionato. Non fece un passo quando vide i fari della macchina che gli puntavano contro; trovò solo il tempo di stringere forte gli occhi, prima di sentirla forte contro di sé.
Pubblicità paranoia.
L’ossessione da idee la conosciamo solo noi.
Non è una frase fatta, e ti spiego perché.
Perché la tua ragazza non se ne accorge che mentre lei ti prepara i tonnarelli alle vongole come piacciono a te, tu te ne resti con la testa contro il tavolo e invece di pensare a lei, o a loro, stai lì che rimugini su un film per la Barilla che magari ti viene l’idea del secolo (ma firmeresti col sugo anche per quella del mese).
Perché tua madre non si ricorda di quando ti vedeva entrare in bagno con una moleskine nera al posto della carta igienica bianca, che lo sforzo sulla tavoletta magari portava con sé anche un bell' annuncio per articoli sanitari, oltre a qualcos’altro di molto più terra terra.
Perché i tuoi amici non ti vedono, che invece di massaggiare la tipa degli spaghetti ti stai appuntando sul cellulare un visual che ti è saltato in testa per un manifesto che spinga l’uscita dell’ennesima coupè, cabriolet e limortè.
No, loro non lo sanno. Loro, come tutto il resto del mondo. Nemmeno una donna con cinquanta figli può capire l’alternarsi impazzito di parti e aborti che si consuma giornalmente nella sala operatoria che è diventata la nostra testa. Un’idea nasce e dopo pochi secondi muore manco fosse un ragazzino del terzo mondo.
E tu nascerai e morirai insieme ai tuoi spunti che nascono e muoiono. Le idee di un creativo sono come i suoi spermatozoi. Solo una su un milione ce la fa.
Continua, costante, pressante, angosciante, onnipresente, stancante ma instancabile. La pubblicità paranoia ti chiama un giorno e non ti dimentica più. Ogni cosa che ci capita sotto mano, sott’occhio o sottobraccio ci perseguita, come un segno divino che ci suggerisce che lì sotto, forse, c’è nascosto uno spot bello così.
Ogni oggetto, ogni persona, ogni atteggiamento, ogni immagine, ogni pensiero, ogni parola, può diventare e diventerà uno spunto.
Squartali e sviscerali i momenti della tua giornata, accoppiali e poi separali per creare ancora un altro scapestrato matrimonio, amali e subito dopo abbandonali, guardali, spiali da tutte le angolazioni possibili e anche da quelle impossibili, penetrali, scopali, stuprali. La mente ci ha condannati senza appello a questa vita e a questa morte.
Pannolini, evidenziatori, creme per la pelle, fuoristrada, bianchetti, scarpe da ginnastica, saponi, cellulari sono sono le nostre muse.
Siamo conquistatori di oggetti, sensali di pensieri, distruttori di cause e effetti, violentatori di preconcetti, dinamitardi dei luoghi comuni. Siamo veneratori della follia e allo stesso tempo meretrici dell’ordine e del marketing. Questa doppia anima ci lacera da dentro. Abbiamo venduto la nostra fantasia al dio consumo e l’avevamo pure messa in saldo. Abbiamo venduto noi stessi. Siamo dei venduti. A tutto e a tutti.
O perlomeno, stiamo lavorando per questo.