martedì, 24 maggio 2005, ore 18:41

Qui o si rifà l'Italia o si muore.

Welcome back gente. Oggi non ci sono cazzi parliamo di una cosa seria, mi sono arrivate voci che sto scrivendo di cose troppo frivole (i Migala frivoli?!! Come si permettono!!!!)

Pochi giorni fa, come faccio di solito quando non mi capita sotto mano il giornale gratuito distribuito in metro (sono ebreo ve l’avevo detto?), ho visitato il sito di Repubblica per dare un’occhiata alle notizie più importanti.

Tra un omicidio truculento, l’ennesima love story della modella di turno e i risvolti della nuova –si fa per dire- crisi di governo mi colpisce una notizia: l’Italia perde posizioni (anche) nella graduatoria mondiale delle nazioni con maggiori introiti del turismo.

Italia quindi scavalcata dalla Cina in questa speciale classifica, con un calo di entrate rispetto all’anno precedente di non ricordi quanti milioni di euro –ma ricordo che erano parecchi.

Tanto rumore per nulla? Non credo. Questo, infatti, è solo l’ultimo dei segnali, dopo il drammatico calo del Pil e l’altrettanto preoccupante aumento del debito pubblico, di un paese economicamente malato (ci auguriamo non in modo terminale).

L’articolo parlava anche delle possibili cause del tracollo: pessima qualità dei servizi contro un miglioramento dei servizi delle altre nazioni, cattive infrastrutture, immagine in declino, etc. etc.

A pensarci bene il mio interesse per questo articolo ha sorpreso anche me (lo so sembra un gioco di parole). In un’immaginaria mappa delle personalità, infatti, la mia è posizionata quasi agli antipodi rispetto a quella del tipo sciovinista-nazionalista-osifal’italiaosimuore.

E come se non bastasse da qualche anno a questa parte avevo anche preso la decisione, devo ammettere con grande giovamento per la mia psiche, di starmene beato –si fa per dire- a combattere con i problemi del mio piccolo mondo, badando bene di tenermi alla larga da quelli di quell’altro di mondo, quello grosso.

Questa reazione quindi, viste queste premesse, è forse spropositata; sicuramente inaspettata.

Ma quella stessa reazione, esagerata per i mie valori (o non-valori), quella reazione di vergogna, di impotenza, di preoccupazione, di incredulità, ma soprattutto di rabbia, mi ha ricordato una cosa.

Mi ha ricordato in maniera molto vivida che, volente o nolente, e per quanto io mi sforzi di negarlo, io faccio parte di due insiemi più grandi di me sui quali ho un controllo infinitamente piccolo, ma che influiscono sulla mia vita in maniera infinitamente grande: l’Italia e il mondo.

Ed io odio le cose fuori dal mio controllo che influenzano la mia vita.

Tuttalavita
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mercoledì, 18 maggio 2005, ore 12:59

Per te, che forse ti chiedi perchè.

Perchè riesco a leggere solo piccole poesie.

Perchè so scrivere solo piccole poesie.

Perchè ho trovato spesso la cosa giusta da dire, ma sempre cinque minuti fuori tempo massimo.

Perchè mi sono sempre sentito piccolo ma indimenticabile, come un bel titolo.

Perché la mia vita l’ho scandita con brevi pensieri intensi.

Perché la mia vita l’ho condotta grazie a brevi pensieri intensi.

Perché ho sempre desiderato che questa stessa vita, bella o brutta, corta o lunga che fosse, ricordasse un pò un’opera d’arte.

Perché l’arte non basta nella vita, bisogna anche venderla per un pezzo di pane.

Perché mi piace uccidere e far risorgere con la solo forza di una parola.

Perché è bellissimo poter raccontare le proprie cose firmandosi con il nome di un altro.

Perché mi emoziono scrivendo di me, ma ancora di più leggendo di me.

Perché mi piace avere pensieri sul mondo e condividerli con lui.

Perché fin da bambino mi hanno sempre detto che ero troppo sintetico, ed ero stanco di essere rimproverato per questo.

Perché una persona mi ha detto che quando parlo io sembra che parli Dio.

Perché solo così si possono creare cose indimenticabili usando tre piccole parole.

Perché spesso mi capita di capire la gente.

Perché accorgersi di aver capito la gente è un'esperienza impagabile.

Perché mi è sempre piaciuto scrivere sulla sabbia.

Perché mi è sempre riuscito meglio parlare a favore degli altri piuttosto che a favore mio.

Perché a volte vorrei che la mia vita fosse come il testo di una buona pubblicità: forse brevissimo, forse un po’ più lungo, ma sempre memorabile.

Perché ho sempre parlato poco e detto tanto.

Perché sono sempre riuscito a dire quasi tutto, in quasi niente.

Perché ho la tua stessa voglia di far cambiare idea alle persone, solo in un modo un pò diverso dal tuo.

Per questo il copywriter, papà.
Tuttalavita
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giovedì, 12 maggio 2005, ore 22:19

Cortazar e il suo piccolo strano mondo.

 

Dopo quasi due settimane di ingiustificata e ingiustificabile assenza torno a scrivere le mie fatidiche trenta righe.

Dopo lunghi momenti di indecisione ho deciso di recensire l’ultimo libro che mi è capitato di leggere: Storie di cronopios e di fama, di Julio Cortazar.

A spingermi a leggerlo è stata una canzone del gruppo spagnolo dei Migala, che conteneva al suo interno un brano parlato tratto da questo libro appunto. La canzone in questione prende il titolo dal brano stesso: Preambolo alle istruzioni per caricare l'orologio.

Solo dal titolo di questo brano, che si è rivelato fra i più belli di questa raccolta, si può intuire come questo non sia uno scrittore la cui scrittura possa rientrare nei tradizionali canoni della prosa o della poesia.

Se proprio sentiamo uno sfrenato bisogno di ordine, potremmo cercare di collocare la scittura di Cortazar in una sorta di limbo fra queste due terre.

A dirla tutta se sentiamo così profondamente questo bisogno di ordine forse sarebbe meglio che questo libro non lo leggessimo affatto. Cortazar infatti crea in questi brani un mondo a parte, tutto suo, sia per le cose che racconta, sia per come le racconta. Un mondo dove le cose, le persone e le parole obbediscono a leggi totalmente stravaganti e “irrazionali”.

Questa totale mancanza di ordine, di logica, di prevedibilità nell'universo parallelo che ci svela Cortazar potrebbe addirittura uccidere un compulsivo sostenitore del metodo e della coerenza (credetemi ce ne sono parecchi in giro); o perlomeno disturbare fino al midollo una persona “normale” come me, che della sua zona razionale del cervello ha cercato di non abusare mai.

Ma è proprio qui che sta la forza e la meraviglia di questo autore. Leggere alcuni di questi brani richiede uno sforzo, una concentrazione, una resistenza alla stress notevole; tutto questo però viene ampiamente ripagato dalla sensazione che nel momento della lettura la nostra oramai piccola, stretta, angusta, e spenta testa si stia, senza non poco dolore e sforzo, lentamente schiudendo.

Da questa piccola feritoia, che Cortazar ha provveduto ad aprire incidendo a forza il vostro cranio, lo stesso Cortazar provvederà poi a far passare quando meno ve l’aspettate una luce come poche altre ne avete viste, questo grazie alla folgorante bellezza di quattro cinque brani sparsi in modo del tutto casuale all’interno del libro.

A voi decidere se valga la pena mettere in gioco le regole del mondo in cui vivete da una vita per quei brevi momenti di orgasmo spirituale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tuttalavita
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lunedì, 02 maggio 2005, ore 19:46

Niente di niente.
 
Non che tu non mi piaccia. No, ci mancherebbe.
Il fatto è che non sei né brutta né bella. Fossi brutta almeno saresti qualcosa,  e fossi bella ancora meglio, saresti qualcosa di bello.
Non ami nulla e odi ancora meno, e quando quasi per sbaglio ti capita di amare o odiare quel poco, lo fai senza trasporto e convinzione.
Pensandoci bene non sei mai riuscita ad essere veramente “qualcosa”, cerchi sempre di essere un po’ di tutto, ma senza riuscirci.
Non parli tanto, ma non parli neanche troppo poco. Gli interminabili silenzi di una donna mi hanno sempre eccitato. Invece tu nulla, non c’è verso.
Quando facciamo l’amore vieni raramente, senza dubbio con poca classe, e con non poco sforzo da parte mia. Nonostante ciò io riesco a godermi i miei venti minuti di gusto; tu, a quanto pare, proprio no.
Né un film, né un libro, né uomo che riesca a farti trasalire e appassionare, o che riesca a deluderti e sdegnarti fino in fondo.
Alla televisione guardi tutto e niente, passi da un programma ad un altro senza giudicare, senza farti un’idea su quello che ti passa davanti, come se vedessi senza guardare.
Ti ho chiesto una volta - ed è rimasta l’unica - dove ti piacerebbe andare se potessi. Tu mi hai risposto: “da nessuna parte”. E questo è niente, se penso che in nessuna delle volte in cui ti ho chiesto dove volevi andare per cena, mi hai risposto diversamente da: “non lo so, fai tu”.
“Nulla di che”, o la piccola variante formale “niente di che” sono le tue frasi più ricorrenti. Nulla in contrario, non mi riguarda l’ampiezza (o sarebbe meglio dire la ristrettezza) del tuo vocabolario, ma spero non avrai da offenderti se mi azzardo a dire che avere una conversazione con te è ben poca cosa.
A pensarci un poco, ma neanche troppo, la cosa che meno mi attrae della tua persona è il fatto che tu non abbia un tuo pensiero neanche sul tuo essere nulla  - o giù di lì, non mi piacciono i giudizi senza appello.
Non hai un tuo pensiero che sia tuo nemmeno sul nulla inteso in senso assoluto - il niente, il non essere. E questa è la cosa che capisco di meno di te.
Perché credimi Anna, su questo argomento sai veramente tutto.
Tuttalavita
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